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Prigioniera di un altro: personalità del persecutore e impatto psicologico sulla vittima

Un singolo evento traumatico può capitare quasi ovunque. Al contrario, un trauma prolungato e ripetuto si può verificare solo in circostanze di prigionia. Impossibilitata a fuggire, la vittima è tenuta sotto il controllo coercitivo del suo persecutore che assume peculiari caratteristiche.

Quando pensiamo a condizioni di prigionia emergono in maniera chiara rapimenti, anche politici, campi di concentramento, magari organizzazioni religiose e ambienti di sfruttamento sessuale. E nelle famiglie? La prigionia domestica di donne e bambini spesso non viene considerata perché, se negli esempi precedenti sono più chiare le barriere fisiche da cui le vittime sono impossibilitati a fuggire, nel contesto domestico le barriere sono generalmente invisibili, sebbene comunque estremamente potenti; i bambini sono resi prigionieri per la loro condizione di dipendenza, le donne imprigionate dalla subordinazione economica, sociale, psichica e giudiziaria, così come dalla forza fisica.

L’impatto psicologico della subordinazione a un controllo coercitivo può avere molte caratteristiche comuni, sia che si verifichi nella sfera pubblica della politica, sia che si realizzi nella sfera privata delle relazioni affettive e domestiche.

La personalità del persecutore

Autoritario, riservato, a volte megalomane e paranoide, l’oppressore è, nonostante ciò, molto sensibile ai rapporti di potere e alle norme sociali. In pochi casi si trova in difficoltà con la legge, piuttosto ricerca situazioni in cui il suo comportamento tirannico sarà tollerato, perdonato o ammirato. Tale comportamento può fornirgli un’eccellente mimetizzazione, tanto che sono in pochi a comprendere che crimini atroci possono essere commessi da uomini dall’apparenza così convenzionale, se non addirittura socialmente riconosciuta nella comunità.

L’obiettivo primario del persecutore sembra essere la riduzione in schiavitù della vittima attraverso un controllo dispotico su ogni aspetto della sua vita. Non apprezza l’accondiscendenza perché non è sufficiente a soddisfare il suo bisogno psicologico di giustificare i suoi crimini, bensì pretende chiare dichiarazioni di sottomissione dell’altro attraverso una continua professione di rispetto e gratitudine, perfino amore. Il fine sembra proprio essere la creazione di una vittima volontaria che sia dipendente psicologicamente da lui.

Questo desiderio di totale controllo sull’altro è il comun denominatore che si trova nelle diverse forme di prigionia:

  • I governi totalitari richiedono la confessione e conversione politica delle loro vittime;
  • Gli schiavisti pretendono la gratitudine dei loro schiavi;
  • I culti religiosi pretendono sacrifici rituali come segno di sottomissione al divino volere del capo;
  • Gli oppressori nella violenza domestica chiedono che le loro vittime siano ubbidienti e fedeli sacrificando tutte le altre relazioni;
  • Gli stupratori chiedono che le vittime provino soddisfazione sessuale nella sottomissione;
  • Nella pornografia la dinamica di potere e del controllo sull’altro è al centro.

L’impatto psicologico sulla vittima

In generale, i metodi per stabilire il controllo sulla vittima si fondono sull’inflizione sistematica e ripetitiva di un trauma psichico attraverso la privazione del potere e l’isolamento. In altre parole, i metodi di controllo psicologico sono volti a instillare terrore e impotenza e a distruggere il senso di sé della vittima nel rapporto con gli altri.

Sopravvissuti alla prigionia domestica o politica spesso raccontano che la loro paura aumentava anche a causa delle esplosioni incoerenti e imprevedibili di violenza e di minacce di morte, così come dell’utilizzo di regole insignificanti da parte dell’aguzzino. Quest’ultimo vuole che la vittima lo veda come onnipotente, che ogni resistenza è inutile, oltre ad instillare in lei sia la paura della morte sia un sentimento di gratitudine per essere ancora viva. Dopo ripetute sospensioni di pene di morte, la persona può giungere a considerare il persecutore, paradossalmente, come il suo salvatore.

Per indurre paura può essere distrutto anche il senso di autonomia del prigioniero. Il controllo dei bisogni fisiologici (fame, sete, igiene personale, sonno…) porta a una conseguente debilitazione fisica. Quest’ultima può essere ulteriormente promossa dall’utilizzo di droghe o alcol che creano inoltre dipendenza. Anche quando gli elementari bisogni fisici sono adeguatamente soddisfatti, l’aggressione all’autonomia del corpo umilia e avvilisce la vittima. Irina Ratushinskaya, prigioniera politica, aiuta a comprenderlo con chiarezza:

“Tutte quelle norme del comportamento umano, che ti sono state inculcate da quando si è in culla, sono soggette a deliberata distruzione. È normale voler essere puliti? Ti prendi la scabbia e i funghi della pelle, vivi nel sudiciume, respiri la puzza della risciacquatura del secchio – allora rimpiangerai di esserti comportato male. Le donne sono portate alla modestia? Una ragione in più per denudarle durante le perquisizioni…”

Nei culti religiosi, i membri possono essere sottoposti a severa regolazione della dieta, dell’abbigliamento e ad interrogatori minuziosi riguardo le loro deviazioni da queste regole. In modo simile, anche le sopravvissute a violenza domestica, riferiscono lunghi periodi di privazione del sonno, interrogatori ed esami meticolosi dei loro vestiti, del loro aspetto, del peso e della dieta. Il controllo del corpo include minacce e violazioni sessuali.

Altri metodi per raggiungere il completo dominio contemplano anche l’isolamento delle vittime da qualunque altra fonte di informazione, aiuto materiale o sostegno emotivo. La distruzione dei rapporti interpersonali contempla anche la privazione di qualunque oggetto che riveste un’importanza simbolica. Ecco un’altra testimonianza:

“Lui non mi picchiava, ma diventava molto arrabbiato. Pensavo che fosse così perché mi voleva bene ed era geloso, ma solo più tardi capii che questo non aveva nulla a che fare con l’affetto. Era una cosa ben diversa. Mi faceva un sacco di domande sugli uomini coi quali ero stata prima di conoscerlo, e poi mi costrinse a portare a casa un intero pacco di lettere e fotografie, e di fronte a lui, mi obbligò a gettarle dentro a un tombino una ad una – dovetti strapparla e gettarle lì dentro”.

In assenza di ogni altro legame umano, la persona si trova in qualche modo costretta a trovare un po’ di umanità nel suo aguzzino e, inevitabilmente, in assenza di ogni altro punto di vista, essa arriverà a vedere il mondo attraverso gli occhi di lui.

La resa totale della vittima viene raggiunta quando quest’ultima viene forzata a violare i suoi principi morali e a tradire i suoi legami umani più profondi, arrivando così a detestare se stessa. Nella violenza domestica, tale violazione di principi spesso comporta l’umiliazione sessuale: costrizione a pratiche sessuali ritenute immorali o disgustose, costrizioni alla menzogna per coprire la disonestà del partner, partecipazione ad attività illegali… Alcune relazioni violente possono comportare anche il sacrificio dei bambini.

Una forma di resistenza può essere il rifiuto delle richieste o delle ricompense. Ad esempio, lo sciopero della fame può essere l’ultima espressione di resistenza in cui il prigioniero si sottopone volontariamente a una privazione più grande di quella provocata dal carceriere per affermare il suo senso di integrità ed autocontrollo. All’interno della violenza domestica, il ricordo alle occasionali ricompense è lo strumento adottato per legare la vittima al suo oppressore. Quando la donna fugge dopo un accesso di violenza spesso viene persuasa a ritornare con richieste di perdono, espressioni di amore, promesse di cambiamento e appelli alla fedeltà e alla compassione. Può sembrare che l’equilibrio di potere nella relazione si sia invertito, in realtà l’oppressore sta utilizzando un’attenzione possessiva e manipolativa per circuire la sua vittima, illudendola di avere il potere di far cessare la violenza offrendo prove sempre più grandi del suo amore per lui. È in questa fase cruciale, quella della riconciliazione, in cui si può rompere la resistenza psicologica della donna.

Se sei vittima di abusi, rivolgiti subito ai centri dedicati alla tutela delle vittime di violenza o parlane con un professionista!

Bibliografia

  • Herman, J. L. (2005). Guarire dal trauma. Affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo. Roma: Edizioni Magi.